L’effetto Akrasia: perché non portiamo a termine ciò che abbiamo iniziatoLettura: 10 min

Durante l’estate del 1830, Victor Hugo stava portando avanti un lavoro impossibile da concludere in tempo. Dodici mesi prima il famoso autore francese aveva firmato un contratto con il suo editore, secondo cui avrebbe dovuto scrivere un nuovo libro, intitolato Il Gobbo di Notre Dame.

Invece di scrivere il libro, Hugo aveva passato l’anno seguente concentrandosi su altri progetti, tenendo feste, intrattenendo ospiti e ritardando giorno dopo giorno il lavoro sul nuovo libro. A questo punto, l’editore, stanco di tanta procrastinazione, decise di rispondere all’autore segnando una scadenza della consegna molto molto sfidante: chiese a Hugo di concludere la stesura del testo per il Febbraio del 1831, dandogli meno di sei mesi di tempo.

Poiché Vittorio proprio fesso non era, buttò giù un piano per sconfiggere il continuo procrastinare. Prese tutti i suoi vestiti dagli armadi e li mise a posto da un’altra parte – proprio in un altro posto! Non lasciò altro a sua disposizione altro che uno sciarpone, un grosso scialle. Non avendo altri vestiti da indossare per uscire, Hugo aveva eliminato la tentazione di uscire e di distrarsi, perdendo tempo. La sua unica opzione era: rimanere a casa e lavorare, scrivere¹.

La strategia, come tutti sappiamo, ha funzionato. Hugo è riuscito a rimanere chiuso nel suo studio ogni giorno seguente, scrivendo continuamente durante l’autunno e l’inverno del 1830. Il Gobbo di Notre Dame è stato pubblicato con addirittura due settimane di anticipo, il 14 Gennaio 1831.


Victor Hugo fotografato da Etienne Carjat nel 1876. In quegli anni, sembrerebbe, aveva ripreso il suo guardaroba e aveva ripreso ad indossare vestiti.

L’antico problema dell’Akrasia

Particolare della Scuola di Atene. Raffaello Sanzio, 1509-1511 circa. Ma non c’era bisogno che ve lo dicessi, giusto?

L’Uomo non ha iniziato la sua procrastinazione in quest’epoca: lo fa da millenni. Neanche prolifici autori del calibro di Vittorio Ugo (NdA) ne sono stati immuni. Il problema è così antico che addirittura filosofi dell’antica Grecia come Socrate e Aristotele hanno coniato un termine per descrivere questo tipo di comportamento: Akrasia.

Akrasia vuol dire agire contro la volontà più giusta. Ad esempio, quando fai e continui a fare qualcosa anche se sai benissimo che dovresti farne tutt’altra – scrivere una tesi magistrale anziché giocare a Pro Evolution Soccer, per citare un esempio totalmente fuori dalla mia realtà. Tradotto “a manona”, potremmo dire che l’akrasia è la procrastinazione, la mancanza di disciplina. Akrasia è tutto ciò che ti impedisce di portare avanti ciò che ti sei prefissato.

Ma andiamo oltre: perché Victor Hugo avrebbe dovuto firmare un accordo per un libro con un editore, fregandosene dal giorno dopo, per più di un intero anno? Perché pianifichiamo le nostre azioni, decidiamo scadenze, decidiamo di raggiungere un obiettivo… e poi falliamo miseramente?

Perché alla fine di ogni anno, il 31 dicembre facciamo la nostra bella lista dei buoni propositi, per poi abbandonarla l’8 gennaio del nuovo anno?

Perché facciamo piani, ma non li mettiamo in pratica

Una possibile spiegazione al perché l’Akrasia governi le nostre vite e il procrastinare diventi il nostro pane quotidiano si può trovare all’interno di un concetto legato all’economia: l’incoerenza temporale.

In economia l’incoerenza temporale, o incoerenza dinamica, descrive una situazione in cui le preferenze di un soggetto cambiano nel corso del tempo, in modo che ciò che è preferito in un certo momento non è coerente rispetto a ciò che è preferito in un altro istante. Spesso è più facile rappresentare le preferenze variabili nel tempo immaginando che i decisori siano costituiti da differenti “sé”, ciascuno dei quali rappresenta il decisore a diversi istanti temporali.Wikipedia: Incoerenza temporale

L’incoerenza temporale, in altre parole, si riferisce alla tendenza del cervello di giudicare come di valore più alto le ricompense immediate, e di valore più basso le ricompense future.

Quando fai dei piani per te stesso – per esempio decidere di perdere peso, o scrivere un libro, o imparare una nuova lingua – stai pianificando qualcosa che riguarda il te futuro. Stai immaginando come desideri che la tua vita sia in un futuro prossimo, e quando pensi al futuro è molto semplice per il cervello capire il valore (alto!) delle azioni da compiere per giungere all’obiettivo a lungo termine.

Quando arrivi al punto di dover fare qualcosa, non stai più facendo una scelta per il futuro, bensì per il presente. Il cervello è sintonizzato sul tuo presente. E la ricerca ha mostrato come il te presente ami ricevere gratificazioni istantanee (come i bambini di pochi anni, sì), e non ricompense a lungo termine. Questa potrebbe essere una risposta al perché di solito vai a letto dopo la mezzanotte dell’1 gennaio carico (forse un po’ annebbiato, ma carico) di motivazione e, la mattina seguente ti sembra essere ritornato non all’anno precedente, ma un paio d’anni indietro, immobile nelle vecchie abitudini – e no, non c’entra la sbornia. Il tuo cervello considera fantastici i benefici a lungo termine, quando sono nel futuro, ma altrettanto adora le ricompense immediate quando si parla del presente.

C’è un motivo per cui l’abilità a posticipare la gratificazione sia un grosso predittore del successo nella vita. Capire come resistere alle tentazioni di un benessere immediato – almeno occasionalmente, se non continuamente – può aiutarti a colmare il gap tra dove ti trovi adesso e dove vorresti essere.

Come devastare la procrastinazione

Ecco tre modi per salutare la nostra nuova amica akrasia, distruggere la brutta pratica della procrastinazione e finalmente perdere quei famosi 10kg che ballano sulla bilancia dal 1998.

Strategia #1: progettare le tue azioni future.

Mettendo da parte il suo guardaroba per concentrarsi esclusivamente sulla scrittura, il buon Hugo stava creando quello che possiamo chiamare, in un Italiano veramente maccheronico, un vincolo per l’impegno (in Inglese fa molto più figo: commitment device). Questi vincoli commitment device non sono altro che delle strategie attuate per “forzarsi” a certi comportamenti, sia rendendo più difficoltoso il non-fare qualcosa, sia facilitando la messa in pratica del comportamento in questione.

Per rendere più semplice questo concetto, prendiamo il buon Han Xin (韓信, se vi intendete di storia militare cinese), un generale vissuto nel II secolo avanti Cristo: per essere sicuro che i suoi soldati combattessero in battaglia, li posizionava con alle spalle un fiume, in modo che non potessero indietreggiare, ma solo avanzare a spese del nemico. Avvicinandoci spazio-temporalmente ai giorni nostri – mica tanto – potremmo citare un caposaldo della nostra mitologia: Odisseo, a.k.a. Ulisse, utilizzò un commitment device piuttosto brutale, facendosi legare all’albero maestro della sua nave per riuscire a sfuggire al dolce e mortale canto delle sirene…

Odisseo sull’albero maestro della sua nave

Fattivamente: puoi tenere sotto controllo il cibo comprando poche unità di ciò che tendi a mangiare compulsivamente; puoi cancellare dal cellulare le app che ti fanno perdere più tempo (l’ho fatto, funziona!); puoi staccare l’antenna della tv rendendola inutilizzabile, se non nelle “occasioni speciali” (tipo le partite di Champions della Juventus); puoi decidere di mettere da parte una certa somma ogni mese, in maniera automatica (chessò, quelle 50€, 100€ dallo stipendio, su un conto di “risparmio”). Tutti questi, dall’albero maestro di Ulisse, al cancellare Facebook e Twitter (ommioddio, come faranno i miei followers?!) sono ottimi esempi di vincoli per portare avanti l’impegno preso.

Le circostanze sono chiaramente diverse, ma il messaggio è lo stesso: questi accorgimenti possono aiutarti a progettare le azioni che compirai. Cerca dei modi per rendere automatico il tuo buon proposito prima di metterlo in atto, anziché affidarti alla tua forza di volontà del momento in cui dovrai metterti in tuta e uscire ad allenarti. Diventa l’architetto delle tue azioni future, non la loro vittima.

Strategia #2: riduci la resistenza della partenza.

I sensi di colpa e la frustrazione del procrastinare di solito sono peggiori dell’impegno per fare qualcosa. Per dirla attraverso le parole di Eliezer Yudkowsky (un ricercatore di intelligenza artificiale):

Essere nel mezzo del lavoro, solitamente, è meno doloroso che essere nel mezzo della procrastinazione.Eliezer Yudkowsky

Parole severissime ma giuste.

Per cui, perché continuiamo a fregarcene dei buoni propositi dell’anno nuovo, e continuiamo a far finta di niente? Perché la parte più dolorosa non è essere nel mezzo dell’attività, è far partire l’attività. La resistenza maggiore rispetto all’attenersi ad un programma, in genere, sta proprio nel partire. Una volta che inizi, tutto inizia a filare più liscio nella nostra mente, ci “abituiamo” all’azione stessa. Ecco perché, mettendo in atto uno dei nostri nuovi propositi, è più importante abituarsi ad iniziare, a far partire tutta quella serie di attività, dello sforzarsi da subito a fare tutto al meglio delle nostre possibilità. In palestra non è necessario partire a mille, facendo due ore al giorno tutti i giorni: basta iniziare anche con mezz’ora, ma regolarmente; una volta “presa l’abitudine”, allora si può iniziare a migliorare il comportamento, perfezionandolo di volta in volta. Ma non serve a nulla comprare il miglior abbigliamento tecnico, traspirante e all’ultima moda, se poi dopo la prima, la seconda volta, rimarrà sempre confinato nell’armadio (vero Victor?).

È importante quindi impegnarsi al massimo all’inizio, per costruire un’abitudine, e renderla più semplice possibile. Inutile stare a preoccuparsi di quanto non si è in grado di portare a termine una cosa, se nemmeno si riesce ad iniziarla.

Strategia #3: dichiarare le proprie intenzioni

O più semplicemente, dichiarare esplicitamente di voler fare qualcosa in uno specifico momento nel futuro. Ad esempio, “Mi allenerò almeno 30 minuti il [GIORNO] a [LUOGO] alle [ORE]”.

Ci sono moltissimi studi che mostrano come questa strategia funzioni e sia positiva per la creazione di nuove abitudini. Persino nel prendere degli antibiotici. In uno studio di questo tipo, i ricercatori hanno monitorato ben 3272 dipendenti di un’azienda, e hanno scoperto che quelli che scrivevano la loro dichiarazione di intenti (come sopra) avevano molta più probabilità di rispettarla nelle settimane successive².

Combattere l’akrasia

Il nostro cervello preferisce ricompense istantanee a quelle a lungo termine. È una semplicissima conseguenza dei meccanismi chimici del nostro cervello. Detto ciò, a volte è necessario ricorrere a strategie folli per riuscire a portare a termine qualcosa – come quella del vecchio Hugo che si è costretto a vivere come mamma l’ha fatto per sei mesi, per terminare la stesura di un libro. Ma forse è il caso di spenderci un po’ di tempo, di sforzarsi di costruire queste abitudini, anche attraverso commitment device più o meno crudeli, per raggiungere i nostri obiettivi.

Aristotele ha coniato il termine enkrateia per qualificare il contrario dell’akrasia. E mentre quest’ultima si riferisce alla tendenza di essere vittime della procrastinazione, l’enkrateia significa “essere in controllo di sé stessi”. Programmare le azioni future, ridurre la resistenza iniziale, e dichiarare le proprie intenzioni sono tre semplici passi, utili però per vivere una vita sotto l’egida dell’enkrateia, piuttosto che dell’akrasia.


¹ Questa storia dei vestiti buttati via è stata abbellita nel corso del tempo. Diverse versioni narrano di un servo che gli portasse via i vestiti ogni giorno, lasciandolo scrivere completamente nudo. In realtà, questa versione non è vera: quella reale è quella appena raccontata, presa direttamente dal libro scritto dalla moglie di Victor Hugo, Adèle Foucher, intitolato Victor Hugo by a Witness of His Life.

² L’articolo a firma di Milman et al. è a disposizione qui.

Ps. Sono le 5.00AM dell’1.1.2017. Ho iniziato la scrittura di questo articolo all’1 circa, credendo di impiegarci un paio d’ore. Per portarlo da zero a questo stadio di pubblicazione finale, in realtà, ne sono servite 4. Una buona prova di willpower, ma questo è un altro discorso! Il disclaimer iniziale sta a dire: perdonate eventuali sviste o errori, è solo la stanchezza! Assieme alla voglia di svegliarmi con il lavoro già finito…

 

Cardux
Mi chiamo Massimo, sono nato nel 1989 e scrivo sul mio sito dal 2008. Cosa ho imparato in questi anni online? Che non si smette mai di imparare...