Atlante Emozionale #000 IntroLettura: 4 min

Alzate gli occhi. Guardate le nuvole in cielo. Vi sembrano masse grigie e solenni in un cielo senza vento? Oppure fluttuano sul filo di una brezza leggera? O magari l’orizzonte è immerso in un tramonto rosso fuoco, bruciante di desiderio?

John Constable (1776 – 1837).
Branch Hill Pond, Hampstead.

Agli occhi del pittore John Constable, il cielo era pieno di emozioni. In una lettera del 1821 lo definiva «la nota principale» e «l’organo chiave del sentimento nella pittura». È per questa ragione che Constable dedicava molto del suo tempo a raccogliere e classificare le nuvole. Usciva a piedi dalla sua casa di Hampstead – a quell’epoca un semplice villaggio poco lontano da Londra – con un fascio di fogli tra le braccia e le tasche piene di penelli. Stava poi seduto per ore nella brughiera dipingendo velocemente le forme che cambiavano sopra di lui, mentre il vento scompigliava le sue carte e i colori venivano annacquati dalle gocce di pioggia. Una volta tornato a casa, dava un ordine ai suoi schizzi in base alle più recenti classificazioni meterologiche, annotando con cura la data, l’ora e le condizioni del tempo.

Constable voleva padroneggiare il linguaggio del cielo – e a guardare i suoi dipinti, appare chiaro che vi riuscì. Ma viveva anche in un periodo storico dominato dal desiderio di etichettare le cose e dividerle in categorie. La passione per la tassonomia sarebbe sempre stata difficile da conciliare con il rapido mutamento del cielo. È molto difficile costringere le nuvole in una forma precisa.

Dividerle in gruppi, come avrebbe scoperto il critico d’arte John Ruskin quarant’anni dopo, era «più un facco di comodità che un vero criterio di descrizione». Le nuvole si fondono l’una con l’altra e si allontanano. Si scambiano forma, caratteristiche e sembianze fino a quando diventa complicato distinguerle.

Guardate le nuvole in cielo, e potreste vedere una sola emozione che dà un colore a tutto quanto, per un istante – ma poi il cielo cambia, e l’emozione scompare.

Identificare e dare un nome al nostro clima emotivo può rivelarsi un compito altrettanto bizzarro. Provate a descrivere con esattezza cosa state provando in questo momento. Forse il vostro cuore sta battendo per la persona che vi aspetta quando scenderete dal treno? Oppure il vostro stomaco si stringe al pensiero della scadenza lavorativa di domani? Forse è stata la curiosità che vi ha spinto verso questa rubrica. Oppure è la riluttanza, screziata da una specie di eccitazione ribelle, che vi sta trattenendo su questa pagina, tralasciando i vostri reali doveri. Vi sentite speranzosi? Sorpresi? (Vi state annoiando?)

Alcune emozioni riescono davvero a donare lo stesso colore al mondo intero, per esempio il terrore puro che si prova quando l’automobile sbanda, o l’euforia di quando ci si innamora. Altre emozioni, come le nuvole, sono più difficili da afferrare. Immaginatevi di fare una sorpresa a una persona cara, e forse proverete aspettative increspate di gioia, venate persino di vago terrore – cosa succederà se quella persona odia la sorpresa? Andate via, infuriati, da un litigio, e potreste trovare difficile stabilire il momento esatto in cui la vostra indignazione finisce e inizia l’autocommiserazione. Ci sono emozioni tanto silenziose da scivolare via senza darci la possibilità di notarle, come quella momentanea sensazione di conforto che vi spinge a scegliere una marca familiare al supermercato. E poi ci sono le emozioni che indugiano all’orizzonte, quelle da cui ci affrettiamo a prendere le distanze per paura che piombino su di noi: la gelosia che ci fa scoppiare dalla voglia di frugare nelle tasche di una persona amata, o la vergogna che ci può portare all’autodistruzione.

A volte ci sembra di appartenere noi alle nostre emozioni e non il contrario.

Ma forse è soltanto prestando attenzione ai nostri sentimenti cercando di coglierne l’essenza come Constable faceva con le nuvole, che possiamo davvero capire chi siamo.

Che cos’è un’emozione?

Rappresentazione non strettamente scientifica di un’amigdala 🙂

Nella profondità di ciascuno dei nostri lobi temporali si trova una struttura a forma di lacrima chiamata amigdala. I neuroscienziati la definiscono “il centro di comando” delle nostre emozioni. Valuta gli stimoli che arrivano dal mondo esterno, decidendo se evitarli o andare loro incontro. Innesca una varietà di reazioni: aumenta il battito cardiaco, ordina alle ghiandole di rilasciare ormoni, fa contrarre gli arti e le palpebre. Se nel bel mezzo di una risonanza magnetica al cervello provate a ricordare una storia triste o guarda te una fotografia del vostro bambino neonato, l’amigdala sarà una delle zone che sembreranno “accendersi” nell’immagine generata dal computer.

Con i loro arazzi brillanti di magenta e smeraldo, gli studi del cervello possono risultare seducenti. Li si può anche prendere come l’ultima parola sul come e sul perché proviamo quello che proviamo. Ma pensare alle nostre emozioni come a semplici fuochi artificiali di origine biochimica è, per citare la scrittrice Siri Hustvedt, «un po’ come dire che La lattaia di Vermeer è una tela con della pittura sopra, o che l’Alice di Lewis Carroll non è altro che parole su una pagina. Questo è vero; ma non dice nulla della mia esperienza soggettiva di ognuna delle due opere, o di che cosa queste due donne significhino per me».

Soprattutto, secondo me, accostarsi alle emozioni come a realtà essenzialmente biologiche ci porta a fraintendere quello che un’emozione è davvero.

Cardux
Mi chiamo Massimo, sono nato nel 1989 e scrivo sul mio sito dal 2008. Cosa ho imparato in questi anni online? Che non si smette mai di imparare...