Atlante Emozionale #001 La nascita delle emozioniLettura: 7 min

Nessuno poteva davvero dire di provare un’emozione fino al 1830 circa. Quello che si provava aveva altri nomi “passioni”, “accidenti dell’anima’”, “sentimenti morali” – e quando si trattava di stabilirne la causa venivano offerte teorie e spiegazioni lontane dalla maniera che abbiamo, oggi, di intendere le emozioni.

Tra gli antichi greci c’era chi credeva che un certo tipo di rabbia penetrasse negli esseri umani dopo essere stata trasportata sul le onde di un vento cattivo. Tra i primi cristiani, invece, gli eremiti che abitavano nel deserto pensavano che la noia fosse un fatto paranormale, e che mettesse radici nel nostro spirito per opera di demoni malvagi. Nel corso del Quattrocento e del Cinquecento non era necessario appartenere alla razza umana per subire gli strani effetti delle passioni: le palme potevano innamorarsi e desiderare la compagnia degli altri alberi, e i gatti potevano soffrire di malinconia. In tutto questo scenario intangibile popolato da spiriti e forze soprannaturali, però, esistevano anche medici che sviluppavano teorie e pratiche complesse per comprendere quale influenza avesse il nostro corpo sulle passioni. Alla base della loro ricerca c’era la teoria della “medicina umorale” di Ippocrate, mai del tutto dimenticata dai tempi dell’antica Grecia: era stata tramandata grazie all’opera dei medici del Medioevo islamico, e venne ulteriormente approfondita dai medici di corte attivi in tutta Europa durante il Rinascimento. Secondo questa teoria, in ogni singolo corpo umano esistevano quattro “umori”, quattro sostanze elementari – il sangue, la bile gialla, la bile nera e la flemma. Erano gli umori a dare forma alla personalità e agli stati d’animo: le persone con un eccesso di sangue nelle vene erano troppo impulsive, ma anche coraggiose, mentre un eccesso di flemma rendeva pacifici e inclini alla tristezza. I medici credevano che le forti passioni mettessero in crisi il delicato equilibrio di un organismo, perché generavano calore nel corpo, e questo, a sua volta, modificava gli umori. La rabbia spostava il sangue dal cuore agli arti, in modo da renderci pronti a sferrare un attacco. La bile nera, invece, mandava vapori velenosi al cervello, e provocava allucinazioni terribili. Qualche traccia di queste idee è arrivata fino a noi, se ancora parliamo di “flemma” e di “cattivo umore”, oppure, di una persona arrabbiata, diciamo che le bolle il sangue.

Le emozioni per come le intendiamo nel presente, comunque, hanno avuto origine con la nascita della scienza empirica, verso la metà del Seicento. Thomas Willis era un medico e anatomista di stanza a Londra che aveva la possibilità di sezionare i cadaveri dei criminali condannati all’impiccagione. Fu Willis a ipotizzare che gli slanci di gioia e i tremiti nervosi non fossero l’effetto di strani liquidi o vapori, ma che il responsabile fosse il sottile reticolo del sistema nervoso, al centro del quale c’era un solo organo: il cervello. Un centinaio di anni più tardi, i medici che studiavano i riflessi degli animali si spinsero oltre: dal loro punto di vista, se un corpo indietreggiava per la paura o fremeva dal piacere, era tutta una questione puramente meccanica non c’era bisogno di tirare in ballo sostanze immateriali come l’anima. In una grande sala piena di spifferi nella città di Edimburgo, all’inizio dell’Ottocento, il filosofo Thomas Brown affermò che serviva un nuovo vocabolario per parlare di questa nuova maniera di intendere il funzionamento del corpo umano. Brown suggerì di utilizzare il termine “emozione” Anche se l’inglese del periodo parlava già di emotions (dal francese émotion), si trattava di una parola imprecisa, che descriveva qualsiasi genere di movimento di un corpo e di un oggetto, dall’ondeggiare di un albero al rossore che si diffondeva su una guancia. Stabilire una definizione per il termine indicava che era in atto un nuovo approccio alla vita dei sentimenti, un metodo che utilizzava esperimenti e indagini anatomiche per concentrarsi su una gamma di fenomeni e reazioni che si potevano osservare: l’atto dello stringere i denti; le lacrime; i brividi; gli occhi spalancati.

E così nella comunità scientifica dell’età vittoriana si generò un turbinio di interesse circa queste reazioni fisiche, per capire come esprimessero – o provocassero – sommovimenti interiori. Ma un uomo si fece notare in particolare: Charles Darwin. Già dagli anni trenta dell’Ottocento Darwin vedeva le emozioni come un argomento degno di seria considerazione scientifica. Spediva questionari agli esploratori e ai missionari in tutto il mondo, chiedendo loro come esprimevano il lutto o l’eccitazione le popolazioni indigene con cui avevano a che fare. Nel frattempo conduceva esperi menti su sé stesso, cercando di stabilire quali erano i muscoli che utilizzava quando tremava e quando sorrideva. Studiava persino il figlio William, fin dalla più tenera infanzia, prendendo nota delle sue reazioni con una cura meticolosa: «All’ottavo giorno di vita era spesso accigliato […] a poco meno di cinque settimane di vita, sorrideva».

Abbiamo qualche prova del fatto che la famiglia Darwin non vedeva sempre di buon occhio queste indagini scientifiche. In una lettera scritta prima del loro matrimonio, la fidanzata Emma Wedgwood esprimeva qualche preoccupazione: «Ti farai teorie su di me, e se io sarò arrabbiata l’unica cosa che tu ti chiederai sarà: “Questo cosa dimostra?”»

Nel 1872 Darwin pubblicò i suoi risultati in un volume dal titolo L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali in cui sosteneva con notevole coraggio, dato il periodo – che le nostre emozioni non fossero reazioni prefissate a uno stimolo, ma il frutto di processi evolutivi durati milioni di anni (e non ancora terminati). Le emozioni erano importanti come il fatto di respirare e di digerire, erano un tratto che accomunava animali ed esseri umani, ed esistevano perché ci avevano aiutato a sopravvivere: il disgusto ci aveva evitato di ingerire pericolosi veleni, l’amore e la compassione ci avevano assistito nella creazione di legami e nella collaborazione con gli altri. Negli anni ottanta del secolo la comunità scientifica dava ormai per scontato che le emozioni fossero riflessi ereditati dai nostri antenati, tanto da permettere al filosofo William James di sostenere che le reazioni fisiche fossero l’emozione in sé, e la sensazione soggettiva fosse solo una conseguenza. «Il buon senso ci dice che quando incontriamo un orso ne siamo spaventati e scappiamo via», scriveva James, ma era più razionale affermare che «proviamo paura perché stiamo tremando». Dal suo punto di vista la reazione fisica arrivava prima di tutto, seguita, una frazione di secondo più tardi, dalla qualità soggettiva dell’esperienza, un effetto collaterale che James chiamava “epifenomeno”.

Non tutti condividevano questo approccio alle emozioni. Un anno dopo la pubblicazione delle teorie darwiniane sull’evoluzione delle espressioni emotive, Sigmund Freud cominciò a studiare Medicina all’Università di Vienna. Con gli anni novanta del secolo, però, Freud aveva abbandonato la sua carriera di neurologo: secondo lui quando si parlava di uno stato di sofferenza prolungata o di un’eccessiva diffidenza non era sufficiente ragionare soltanto in termini di corpo e di cervello.

«Non è facile trattare i sentimenti in maniera scientifica», scriveva.

Era necessario tenere in considerazione anche l’influenza – ben più complicata e sfuggente – della mente, o psiche. Freud non arrivò mai a elaborare una teoria esaustiva su quello che lui considerava essere le emozioni – ne parlava, poeticamente, come di “affetti” – ma la sua opera diede maggiore spessore e complessità a una visione che altrimenti tendeva a ridurle a reazioni e contrazioni biologiche. E tramite il lavoro di Freud che molti di noi pensano alle emozioni come a qualcosa che può essere represso, oppure accumularsi f no a quando necessita uno sfogo. In alcuni casi, specialmente per i terrori e i desideri dell’infanzia, può affondare nelle profondità della nostra mente, restando nascosto lì dentro per anni, solo per poi riemergere sotto forma di un sogno, di un’ossessione, persino di un sintomo fisico come un forte mal di testa o un crampo allo stomaco. Sempre da Freud abbiamo ereditato l’idea per cui magari non siamo nemmeno in grado di ammettere l’esistenza di alcune delle nostre emozioni: la nostra rabbia o la gelosia possono essere “inconsce”, e spuntare fuori in maniera involontaria come un pupazzo a molla (parliamo in quei casi di “lapsus freudiani”), oppure farsi riconoscere nel genere di barzellette che raccontiamo, o lasciare tracce di sé in certe abitudini come la mancanza cronica di puntualità. Anche se parecchi dettagli tecnici delle teorie di Freud hanno perso credibilità, l’idea per cui le nostre emozioni seguono strade tortuose all’interno delle nostre menti oltre che dei nostri corpi ha avuto una grande importanza nello sviluppo della psicoterapia e nel linguaggio che utilizziamo oggi. Da questo punto di vista, l’età vittoriana si può considerare responsabile di almeno due concetti di primaria importanza per quanto riguarda le emozioni: che sono reazioni fisiche legate all’evoluzione, e che risentono dei processi interni della mente inconscia.

Cardux
Mi chiamo Massimo, sono nato nel 1989 e scrivo sul mio sito dal 2008. Cosa ho imparato in questi anni online? Che non si smette mai di imparare...