Atlante Emozionale #003 Guida pratica all’avvistamento delle emozioniLettura: 4 min

Al giorno d’oggi la salute emotiva, per ottenere la quale è necessario ammettere e comprendere i nostri sentimenti, è uno degli obiettivi dichiarati della politica di molti paesi, dal Bhutan al Regno Unito. Basta accendere la tv, oppure aprire un giornale, per ricevere consigli sul modo migliore di raggiungere una felicità duratura, o sul perché piangere possa avere un effetto positivo per l’organismo.

Non è una novità, questa idea per cui è importante prestare attenzione alle nostre emozioni. Secondo i filosofi stoici dell’antica Grecia, notare i primissimi palpiti di una passione era il momento migliore di controllarla. Se si era capaci di individuare il momento esatto in cui cominciavano a rizzarsi peli e capelli, era molto più facile ricordare a sé stessi che non era il caso di lasciarsi prendere dal panico. Nel corso dei Seicento, lo studioso e grande esperto di malinconia Robert Burton si accorse che prestare attenzione alle sue emozioni lo aiutava molto – anche se lui preferiva un approccio diverso. Sviluppò una curiosità particolare rispetto alla disperazione e alla preoccupazione che gli accadeva di provare, e cercò di capire quei sentimenti mettendosi in relazione con quello che ne avevano scritto altri autori e filosofi, specialmente quelli del passato. Così facendo, la malinconia che a Burton era sembrata tanto priva di senso cominciò ad assumere un significato – e allentò la sua presa su di lui.

Il grande risalto che oggi viene dato alle emozioni può aver avuto origine nella vasta diffusione verso la metà degli anni novanta di un insieme di studi psicologici al cui ambito di ricerca venne dato il nome (piuttosto accattivante) di “intelligenza emotiva”, anche nota come “quoziente emotivo” (EQ). I sostenitori di questo tipo di studi ritenevano che l’abilità di riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri, e poi di utilizzarle come strumenti per prendere decisioni, fosse altrettanto importante del quoziente d’intelligenza tradizionale quando si trattava di determinare le probabilità che una persona avesse successo. E sì, è stato dimostrato che una buona consapevolezza delle emozioni è strettamente connessa a una serie di risultati positivi, come una maggiore resilienza durante i periodi di stress, migliori prestazioni lavorative, più elevate capacità di negoziare e prendere decisioni, rapporti più stabili all’interno della sfera affettiva. Oggi il “quoziente emotivo”, o una variante della medesima formula, è un concetto familiare a molti tra educatori, uomini d’affari e rappresentanti istituzionali. Davanti a tutto questo entusiasmo per le emozioni voi potete sorridere o alzare un sopracciglio con scetticismo.


Courtesy of Lidya Nada

Comunque la pensiate, sarete d’accordo nel dire che esistono legami affascinanti tra i nostri sentimenti e le parole che utilizziamo per esprimerli.

Alcune emozioni negative possono attenuarsi quando sapete con quale nome chiamarle, come il sentirsi umpty (la sensazione che “è tutto sbagliato”) o la matutolypea (la tristezza che si manifesta soltanto al mattino presto).

Alcune emozioni si rivelano giocare un ruolo non indifferente nelle nostre vite quando impariamo i loro nomi: è il caso della basoressia (l’improvviso desiderio di baciare qualcuno) o del gezelligheid (il senso di accoglienza e conforto che deriva dallo stare in casa con gli amici durante una notte fredda). E poi, a volte, scoprire quali emozioni provino gli altri può far sembrare meno strane e isolanti le nostre.

La maggior parte di noi tende a evitare di riflettere su di una certa emozione. Magari ci si vergogna del risentimento provato oppure si ha paura della propria apatia, o si fatica a convivere con l’imbarazzo. Ma se concediamo a noi stessi la possibilità di pensare a quale sia l’origine dei nostri atteggiamenti verso queste emozioni, potremmo scoprire che i sentimenti negativi non sono creature mostruose come a volte ci viene fatto credere. Capire la storia culturale delle nostre emozioni, anche se i lati curiosi non mancano, ci aiuta soprattutto a individuare tutte le convinzioni implicite su cosa costituisca una reazione emotiva “naturale” – o, peggio, una “normale”.

Se le nostre emozioni sono tanto importanti per noi, se i governi le misurano, se i medici le sottopongono sempre più spesso a controllo farmaceutico, se le nostre scuole le trasformano in materie d’insegnamento e i nostri datori di lavoro le tengono sotto osservazione, allora sarà il caso che cerchiamo di capire da dove vengono tutti i nostri preconcetti su di loro – e se davvero vogliamo continuare a sottoscriverli.

Cardux
Mi chiamo Massimo, sono nato nel 1989 e scrivo sul mio sito dal 2008. Cosa ho imparato in questi anni online? Che non si smette mai di imparare...