3×8 Cambioturno – L’ILVA dall’interno (Rai)Lettura: 8 min

Il video è al termine del post.© Rai - Pubblicato da Taranto e Dintorni

«3×8 Cambioturno», un documentario di interesse storico e di attualità sull’Ilva di Taranto. Girato nel giugno 2016, un anno prima della cessione dell’azienda dell’acciaio al gruppo ArcelorMittal-Marcegaglia, è l’unico documento che racconta gli anni della gestione pubblica dello stabilimento siderurgico dopo il sequestro del 2012 per disastro ambientale da parte della Magistratura di Taranto. Ma il valore del docufilm – si sottolinea in un comunicato – è ancora più profondo.

Per la prima volta infatti, dopo molti anni, le telecamere entrano nel più grande stabilimento siderurgico europeo, l’Ilva di Taranto. Uno degli ultimi esempi del gigantismo industriale, che il docufilm racconta nelle sue dimensioni pressoché infinite anche grazie all’utilizzo di droni che si «arrampicano» sugli impianti, attorno ad altoforni alti oltre cento metri e camini alti oltre duecento metri. Scopo del lavoro, si afferma, è quello di raccontare la giornata in fabbrica – uno stabilimento a ciclo integrato, attivo 24 ore al giorno per tutti i giorni dell’anno, ininterrottamente in funzione dall’inaugurazione del 1961 – attraverso la scansione dei tre turni (7-15, 15-23, 23-7) che introducono le vicende di quattro lavoratori: uno lavora all’altoforno, due in acciaieria, un altro al treno nastri. C’è anche un dirigente del siderurgico che si accosta agli operai, introducendo il pubblico – come in uno strano «tutorial» – alla complessa dinamica di produzione dell’acciaio nell’Ilva, un colosso dai numeri impressionanti ancora oggi: 12mila dipendenti, 15 milioni di metri quadri di area, 200 chilometri interni di ferrovie, altri 50 di treni nastri.

Le giornate dei quattro lavoratori – che sono raccontate anche nella routine famigliare e privata – vengono accompagnate da alcune interviste che integrano il punto di vista dei protagonisti: altri punti di vista che si compongono nel racconto, a scrittori, giornalisti, a un ex dirigente dell’Ilva oggi esponente ambientalista, al parroco del rione Tamburi, il quartiere più vicino all’acciaieria e anche il più esposto, negli anni, alle sue emissioni. Attraverso le quattro storie, «3×8 Cambioturno» ricostruisce – nella violenza della realtà che le storie e le immagini sanno trasmettere, utilizzando anche immagini di repertorio e attingendo ad alcuni materiali di archivio – l’anima sommersa di una città che è rimasta intrappolata tra il mare e le ciminiere. Il documentario nasce da un’idea di Angelo Mellone che ne ha curato la realizzazione insieme a Pietro Raschillà. La regia è di Gianmarco Mori.

(Fonte: www.ilsole24ore.com)


Finalmente l’Ilva raccontata dagli operai. Dai suoi stessi operai. “3×8 Cambioturno” è il documentario, firmato dal giornalista e scrittore tarantino Angelo Mellone e da Pietro Raschillà, per la regia di Gian Marco Mori, che andrà in onda su Rai Uno mercoledì 30 agosto alle 23.25. Si tratta di un lavoro di straordinario interesse storico e di stringente attualità: girato nel giugno 2016, un anno prima della cessione al gruppo ArcelorMittal-Marcegaglia, è l’unico documento che racconta gli anni della gestione pubblica dello stabilimento siderurgico di Taranto dopo il sequestro del 2012 per disastro ambientale. Ma il valore del docufilm è ancora più profondo: per la prima volta infatti, dopo trent’anni, le telecamere entrano nel più grande stabilimento siderurgico europeo, l’Ilva di Taranto, appunto. Un colosso dai numeri impressionanti ancora oggi: 12mila dipendenti, 15 milioni di metri quadri di area, 200 km interni di ferrovie, altri 50 di treni nastri. Uno degli ultimi esempi del gigantismo industriale, che il docufilm racconta nelle sue dimensioni pressoché infinite anche grazie all’utilizzo di droni che si “arrampicano” sugli impianti, attorno ad altoforni alti oltre cento metri e camini alti oltre duecento metri.

Scopo del lavoro è quello di raccontare la giornata in fabbrica – stabilimento a ciclo integrato, attivo 24 ore al giorno per tutti i giorni dell’anno, ininterrottamente in funzione dall’inaugurazione del 1961 – attraverso la scansione dei tre turni (7-15, 15-23, 23-7) che introducono le vicende di quattro lavoratori: uno lavora all’altoforno, due in acciaieria, un altro al treno nastri. C’è anche un dirigente del Siderurgico che si accosta agli operai, introducendo il pubblico – come in uno strano “turorial” – alla complessa dinamica di produzione dell’acciaio. Questo caleidoscopio di vicende di singolare umanità le rende simbolo e metafora della sopravvivenza di quella che un tempo si chiamava “classe operaia”. Per la prima volta, dopo anni di notizie strillate e dibattiti “fuori dai cancelli” del grande impianto siderurgico, i lavoratori tornano a essere protagonisti e la Fabbrica torna a essere il luogo privilegiato della narrazione. Il luogo dove tutto comincia.

Una testimonianza inedita di narrazione del passato industriale italiano che, per ora, è ancora presente e che gli avvenimenti recenti già incastonano nel prossimo futuro. Una testimonianza divenuta materia per un documentario già pensato – anche come tecnologie di ripresa, essendo interamente girato in 4K – anche per il mercato internazionale e per la presentazione ai festival.

Le giornate dei quattro lavoratori – che sono raccontate anche nella routine famigliare e privata –vengono accompagnate da alcune interviste che integrano il punto di vista dei protagonisti: altri punti di vista che si compongono nel racconto, a scrittori, giornalisti, a un ex dirigente dell’Ilva oggi esponente ambientalista, al parroco del rione Tamburi.

Attraverso le quattro storie, “3×8 Cambioturno” ricostruisce – nella violenza della realtà che le storie e le immagini sanno trasmettere, utilizzando anche immagini di repertorio e attingendo ad alcuni materiali di archivio – l’anima sommersa di una città che è rimasta intrappolata tra il mare e le ciminiere.

La storia di una città che da sempre è incubatrice del futuro d’Italia, e del Meridione in particolare. La storia dell’acciaio che – come raccontano gli spezzoni di antichi film industriali messi a disposizione dalla Fondazione Ansaldo – è incubatore delle grandi speranze di riscatto del Sud e del loro assopimento. Resta un documentario che è già letteratura storica: come si legge alla fine, “dedicato ai lavoratori che a Taranto hanno perso la vita per produrre acciaio italiano”.

(Fonte www.tarantobuonasera.it)


La storia dell’acciaio a Taranto attraverso immagini, luci, fuoco, colori e storie. Le tute blu prendono forma e danno anima a 3×8 Cambioturno, documentario realizzato nel 2016 con testimonianze e video raccolti all’interno dell’Ilva, a trent’anni dall’ultimo ingresso delle telecamere nel siderurgico. L’opera, in onda mercoledì su Rai Uno (ore 23.25) è realizzata dal regista Gian Marco Mori, nasce da un’idea di Angelo Mellone e Pietro Raschillà. La vita cadenzata dai turni nell’acciaieria, infatti, consente di cogliere tutte le contraddizioni dell’insediamento industriale ionico: è insieme speranza di sviluppo, fonte di stabilità occupazionale, ventilatore e diffusore di veleni. Il tutto corroborato da un fatalismo meridionale che si incrocia con la profezia sulla tecnica dello scrittore tedesco Ernst Junger nell’Operaio: «Il nostro compito di giocatori non è quello di fare le puntate come avversari del tempo, bensì quello di puntare sul banco di cui il tempo è croupier». I dialoghi e i lampi di fuoco del procedimento di lavorazione si accompagnano a testimonianze di vita industriale. «Mio padre, pensionato Ilva, mi diceva: lì dentro c’è l’inferno. Ma la sicurezza dell’Ilva non la dà nessuno a Taranto»: l’opportunità di avere un posto fisso è più forte di ogni precauzione salutista.

La città dell’acciaio

La pellicola restituisce in pieno l’immensità delle dimensioni dello stabilimento, sintetizzati dai 15 milioni di metri quadri di estensione, da 200 km di rete ferroviaria interna, da 50 km di strade. «La missione di questo racconto? Una familiare, perché sono figlio e orfano dell’acciaio, e una storico-culturale. I miei genitori – spiega Angelo Mellone, dirigente Rai e autore del documentario – si sono conosciuti dentro quello stabilimento. Ho perso mio padre, dirigente Italsider, nel 1986 per una malattia non estranea a cause di lavoro. Sono rientrato nell’Ilva 30 anni dopo il funerale operaio che fu dedicato al mio genitore nel tubificio. Il punto di vista che emerge dal documentario è quello degli operai: è la voce di chi lavora, dall’interno, che descrive la fabbrica. Senza negare alcuna critica emersa anche dalle vicende recenti giudiziarie».

Le parole degli operai

Chi maneggia l’acciaio non minimizza i rischi, anche per la propria vita, ma anestetizza le paura con tornei di calcetto dedicati ai colleghi scomparsi e con la consapevolezza di produrre qualcosa di unico e indispensabile, «viti e tondini, sportelli e forchette».

«Ha avvelenato parecchio, ma prima inquinava più di oggi»: l’operaio è sincero e constata che la bocca del drago, l’Afo1, è migliorata grazie all’ambientalizzazione. Ma questo non basta. La coscienza ecologista e l’attenzione per la salute, puntualizza Biagio De Marzo, si risvegliano «per un dossier inquinamento di Alessandro Marescotti». Prima nessuno conosceva la potenza del veleno-diossina e men che meno delle polveri di benzopirene. L’inchiesta giudiziaria «Ambiente svenduto» e i decreti Salva-Ilva sono fulmini che illuminano di speranza o paura il futuro di chi vive a pane e acciaio. Fabio, capo forno convertitore, rivela la magia che sedusse perfino Marinetti: «Sono lo chef dell’acciaio, realizzo quel che serve. Come un cuoco assaggio e rendo la minestra più buona». E così si può perdere un genitore per la mannaia del cancro, ma resta la consapevolezza di essere parte di una fabbrica di interesse strategico nazionale. Lo scrittore Cosimo Argentina: «La fabbrica scandiva le nostre giornate». La fabbrica mamma, a volte matrigna, si staglia in Cambioturno, tra le parole di Giovanni Paolo II nel 1989 in visita nell’Italsider e il sogno tramontato per Taranto di diventare capitale europea dell’acciaio. Che, ricordano le tute blu, porta potenza e rischio. Perché «non si lavora, l’acciaio, con uno spremiagrumi».

(Fonte: www.corrieredelmezzogiorno.corriere.it)


Cardux
Mi chiamo Massimo, sono nato nel 1989 e scrivo sul mio sito dal 2008. Cosa ho imparato in questi anni online? Che non si smette mai di imparare...