Atlante Emozionale #002 Culture EmotiveLettura: 9 min

La risposta alla domanda “Che cos’è un’emozione?” non si può trovare soltanto nella biologia o nella storia personale di un individuo. Il modo in cui ci sentiamo si intreccia alle aspettative e idee portanti della cultura in cui viviamo. L’odio, la rabbia e il desiderio possono sembrare emozioni originate dalla parte di noi che più selvaggia, più vicina al regno animale. Ma possono anche essere provocate dai fattori che più ci rendono umani: il nostro linguaggio e i concetti teorici che utilizziamo per cercare di capire i nostri corpi; le nostre convinzioni religiose e i nostri giudizi morali; le mode, la politica e l’economia dei periodi storici in cui ci capita di vivere.

François de La Rochefoucauld
1613 – 1680

Il nobile francese del Seicento François de La Rochefoucauld sosteneva che anche i nostri impulsi più urgenti possono nascere dal bisogno di rispettare le convenzioni esterne: «Alcune persone non si innamorerebbero mai», diceva, «se non avessero sentito parlare dell’amore». Allo stesso modo, attività come parlare, guardare e leggere possono suscitare emozioni precise nei nostri corpi, ma possono anche calmare i nostri sentimenti. I baining della Nuova Guinea posizionano una ciotola d’acqua nelle loro abitazioni per tutta la notte allo scopo di assorbire l’awumbuk, quell’insieme di tristezza e inerzia che rimane dopo la partenza di un ospite gradito. Questo rituale funziona ogni volta, o così pare. Le nostre idee possono esercitare un’influenza tale da dare forma anche alle reazioni biologiche che crediamo assolutamente naturali.

Com’è possibile, altrimenti, che i cavalieri dell’anno Mille perdessero i sensi per lo sgomento, o sbadigliassero in segno d’amore? Com’è possibile che soltanto 400 anni fa le persone arrivassero a morire di nostalgia?

La cultura in cui viviamo, oltre ai nostri corpi e alla nostra mente, dà forma alle nostre emozioni: questa era l’idea prevalente negli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Gli antropologi occidentali che facevano ricerca sul campo, abitando per periodi più o meno lunghi in posti molto distanti dalle proprie case, svilupparono un forte interesse per il vocabolario emotivo delle diverse lingue. Per esempio, la parola song – l’oltraggio che si prova quando si riceve una porzione insufficiente di qualcosa viene tenuta in grande considerazione presso gli ifaluk, abitanti dell’omonima isola dell’Oceano Pacifico. Col tempo si chiarì che alcune culture prendono molto sul serio quegli stessi sentimenti che a un abitante di un altro paese potrebbero sembrare meschini. Cosa ancora più in determinate culture esistevano emozioni a cui si dava un tale significato da rendere necessario distinguere ogni loro sfumatura, anche la più sottile, come i quindici diversi tipi di paura che sono in grado di provare i pintupi dell’Australia occidentale. Al contrario, emozioni che a un anglofono sembrano fondamentali, in altre lingue non hanno nemmeno un termine adatto per essere nominate: tra gli indios machiguenga del Perù, per esempio non esiste una parola che restituisca il significato esatto del termine “preoccupazione”. Tutto questo interesse per la componente emotiva del linguaggio aveva il suo fascino: se diverse persone hanno maniere diverse di intendere e concettualizzare le proprie emozioni, questo significa che forse hanno anche maniere diverse di provarle?

Cosa sta provando il proprietario di questa mano? E cosa suscita?

Gli studiosi di storia hanno sospettato per molto tempo che le passioni potessero avere un ruolo importante nella comprensione delle mentalità prevalenti in una data epoca. Una decina d’anni dopo questi primi studi antropologici, furono proprio gli storici che si dedicarono con maggiore impegno a riportare alla luce le culture emotive scomparse da molto tempo. Certo, non avevano la possibilità di porre domande dirette a uno schiavo romano, o a un innamorato del Medioevo. Ma potevano sempre scoprire i molti modi in cui le persone vissute in un determinato periodo avevano inteso i loro sentimenti: c’erano diari, lettere, manuali di buona educazione, indicazioni mediche, documenti legali e discorsi politici. Gli storici cominciarono a porsi domande poi diventate molto familiari a chi studia la stessa materia oggi.

La noia era un’invenzione dell’età vittoriana? Perché i presidenti degli Stati Uniti a un certo punto avevano cominciato a sorridere nei loro ritratti ufficiali? Come mai i manuali di auto-aiuto del Cinquecento consigliavano di essere infelici, mentre i loro equivalenti contemporanei propagandano la felicità?

Perché nel Settecento gli artisti desideravano trasmettere il proprio senso di shock all’interno di un’opera? Come era potuto accadere che determinate emozioni scomparissero – come quella combinazione tra irrequietezza e disperazione che i primi cristiani chiamavano acedia, “accidia” – mentre altre apparivano di punto in bianco, come quella che oggi chiamiamo ringxiety, o “ansia da squillo“? Studiare le emozioni del passato non era soltanto questione di stabilire come potevano essere cambiati nel corso del tempo i rituali performativi dedicati all’amore e al lutto, o perché in un determinato periodo alcune emozioni si potevano esprimere pubblicamente mentre altre andavano tenute nascoste o contenute tramite la penitenza e la preghiera. Questo nuovo campo di studio si chiedeva come determinati valori culturali lasciassero il segno nelle nostre esperienze private. La domanda, allora, diventava un’altra: le nostre emozioni appartengono soltanto a noi?

Anche le testimonianze relative a emozioni che vengono (a volte) considerate “universali” o “elementari” possono cambiare a seconda del periodo storico o del luogo fisico in cui ci si trova. L’idea per cui alcune emozioni sono più importanti delle altre risale a moltissimo tempo fa. Il Li Chi, una raccolta di precetti e rituali di ispirazione confuciana che viene fatta risalire almeno al I secolo a.C., identifica sette emozioni principali (gioia, rabbia, tristezza, paura, amore, avversione e affetto). Cartesio riteneva ci fossero sei «passioni primitive» (la meraviglia, l’amore, l’odio, il desiderio, la gioia e la tristezza). Arrivando ai giorni nostri, alcuni psicologi evolutivi sostengono che un numero variabile tra sei e otto emozioni fondamentali” venga espresso nella stessa maniera da tutte le persone in tutto il mondo.

Gli emozionologi – quelli di noi che studiano le emozioni con diversi approcci o da diversi campi di partenza – discutono moltissimo sulla teoria delle “emozioni fondamentali”, e faticano a trovare un accordo. Il più noto tra i difensori dell’idea secondo cui esisterebbe davvero qualche emozione universale è lo psicologo Paul Ekman. Di recente alcuni ricercatori hanno messo in discussione i suoi studi: secondo loro, le espressioni facciali identificate da Ekman come “universali” non lo sono affatto, e l’unica cosa che dimostrano sono i pregiudizi occidentali dello studioso. Provare una certa diffidenza rispetto alla teoria delle emozioni universali però, non significa che gli esseri umani non possano esprimere e provare alcune emozioni in una maniera molto simile in tutto il mondo, o che sia impossibile per partito preso comprendere le emozioni legate a una cultura diversa. Dopo tutto, la parte più piacevole dello studio della storia delle emozioni sta proprio nel cercare di immaginare le emozioni provate da altre persone in altre culture ormai passate. Ma dire che due cose sono molto simili non significa che siano identiche.

Qualcuno ha detto emozioni fondamentali?

La lista, di solito, comprende il disgusto, la paura, la sorpresa, la rabbia, la felicità e la tristezza – anche se non l’amore, le cui manifestazioni esterne si ritiene siano strettamente collegate ai riti sociali delle diverse culture. Si crede che queste espressioni emotive “fondamentali” siano reazioni evolutive a situazioni universali: una smorfia di disgusto espelle una sostanza velenosa dalla nostra bocca quando tiriamo fuori la lingua; la scarica di energia che sentiamo quando ci arrabbiamo ci può aiutare a combattere un nostro rivale. Ma davvero ne consegue per forza di cose che queste emozioni vengano provate allo stesso modo da tutti in qualsiasi momento? Immaginate un agente di borsa di New York nel pieno del lavoro: gli sudano le mani, gli batte forte il cuore, gli formicola la testa. Ora pensate alle stesse sensazioni fisiche, ma immaginate che a provarle sia un cristiano del Duecento mentre prega in ginocchio in una chiesa fredda, o da uno dei pintupi dell’Australia mentre si sveglia in piena notte per un forte dolore allo stomaco. L’agente di borsa potrebbe prendere questo insieme di emozioni e sensazioni e dire che è “un rush di adrenalina”, o un caso di “paura buona” (in una brutta giornata, potrebbe dire che è “stress”). L’uomo del Medioevo vedrebbe le stesse cose come “paura meravigliosa”, una forma di terrore che segnalava la presenza di Dio. Il terzo direbbe che sta provando ngulu, un particolare genere di timore che i pintupi avvertono quando sospettano che qualcuno voglia vendicarsi di loro. I significati che attribuiamo a un’emozione cambiano l’esperienza che noi ne facciamo. Sono loro a stabilire se sia il caso di accogliere un sentimento con allegria o con ansia, se lo si possa assaporare o se invece si debba provarne vergogna. Ignorando queste differenze, finiremmo per perdere ciò che fa delle nostre esperienze emotive quello che sono.

Alla fine, dipende tutto da che cosa pensate sia un’emozione. Quando parliamo di emozioni, secondo me, abbiamo bisogno di quella che l’antropologo americano Clifford Geertz negli anni settanta definiva una thick description, una “descrizione densa”. Per spiegarlo, Geertz faceva una domanda elegante: che differenza c’è tra un battito di ciglia e una strizzata d’occhio? Se rispondiamo in termini puramente fisici – parlando, quindi, di una catena di contrazioni muscolari all’interno della palpebra allora un battito di ciglia e una strizzata d’occhio sono più o meno la stessa cosa. Ma per poter capire davvero cosa sia una strizzata d’occhio è necessario sapere in quale contesto culturale si sta verificando. Bisogna capire gli scherzi, le battute, le allusioni sessuali, e bisogna essere a conoscenza di cose che non sono affatto innate, costruzioni di natura sociale come l’ironia e il camp. Un discorso simile lo si può fare per l’amore, l’odio, il desiderio, la paura, la rabbia, e così via. Senza contesto, avete a disposizione soltanto una “descrizione sottile” di quello che sta succedendo conoscete tutta la storia, vi manca il quadro completo – ed è proprio nella completezza del quadro, nella totalità della storia, che si coglie davvero un’emozione.


Parleremo dei molti modi diversi in cui le emozioni sono state percepite e manifestate – dai giurati che scoppiavano a piangere durante i processi dell’antica Grecia alle coraggiose donne barbute del Rinascimento; dalle “corde del cuore” oggetto di studio per i medici del Settecento agli esperimenti che Darwin faceva su se stesso durante le visite allo zoo di Londra; dai soldati che tornavano a casa soffrendo di “shock da granata” durante la prima guerra mondiale alla nostra cultura contemporanea, con il suo interesse per la neuroscienza e le immagini cerebrali. Sono moltissimi – e molto diversi – i modi che hanno di stare al mondo i nostri corpi – dolenti, accigliati, sussultanti, pieni di gioia. E il mondo, a sua volta, con i suoi valori morali, le sue gerarchie politiche, le cose che dà per scontato riguardo al gender, alla sessualità, alla razza e alla classe sociale, i suoi punti di vista filosofici e le sue teorie scientifiche, ha molti modi di vivere dentro di noi.

Cardux
Mi chiamo Massimo, sono nato nel 1989 e scrivo sul mio sito dal 2008. Cosa ho imparato in questi anni online? Che non si smette mai di imparare...